La Grande Guerra

Lapide posta sulla facciata della chiesa di San Bernardo, inaugurata il 4 novembre 1933

Lapide posta sulla facciata della chiesa di San Bernardo, inaugurata il 26 ottobre 2014
Chiesa di San Bernardo, posta all'interno del Parco delle Rimembranze inaugurato il 19 settembre 1926

E se fossero tornati?

Le considerazioni che seguono non costituiscono una ricostruzione storica, ma una riflessione ipotetica nata dalle informazioni biografiche raccolte nel presente volume. I dati relativi ai singoli Caduti sono quelli documentati nelle rispettive schede; le possibili conseguenze del loro ritorno appartengono invece al campo dell’immaginazione e della riflessione storica.

La storia ci presenta un dato certo: circa duecento uomini legati a Trecate non fecero ritorno dalla Grande Guerra.

Possiamo però porci una domanda diversa: come sarebbe cambiata la comunità trecatese se una parte di questi uomini fosse sopravvissuta alla guerra e fosse tornata alla propria vita?

Non è possibile dare una risposta certa. Una ricostruzione di questo genere appartiene alla storia controfattuale e deve quindi essere considerata con prudenza. Non sappiamo quali scelte avrebbero compiuto i reduci, quali condizioni economiche avrebbero incontrato, né quale sarebbe stato il loro destino negli anni successivi.

Possiamo tuttavia formulare alcune considerazioni partendo dalle informazioni raccolte nelle loro biografie: l’età, la professione, lo stato civile, il numero dei figli, il luogo di residenza e le condizioni familiari.

In questo senso, i Caduti rappresentano non soltanto una perdita numerica per Trecate, ma la sottrazione di una parte della popolazione adulta proprio negli anni in cui la comunità si preparava ad affrontare il difficile dopoguerra.

Famiglie e generazioni

Tra i Caduti troviamo numerosi uomini sposati e con figli.

Giovanni Guaglio, muratore, era sposato con Teresa Navino e aveva due figli, Carlo e Giovanna.

Giuseppe Colombo, contadino, era sposato con Francesca Portolano e aveva sei figli: Giovanni, Maddalena, Matteo, Maria, Carolina ed Enrichetta.

Francesco Bigogno, mugnaio, era sposato con Catterina Urani e aveva due figli, Maria e Giovanni.

Giuseppe Bigogno, manovale, era sposato con Teresa Clementina Zanotti e aveva una figlia, Elvira.

Giovanni Pipistrelli, contadino, era sposato con Ernesta Colli Medaglia e aveva due figli, Giuseppe e Maria.

Sono situazioni familiari diverse, ma mostrano un elemento comune: la morte di questi uomini ebbe conseguenze che andarono oltre la loro singola esistenza.

Se fossero tornati, quelle famiglie avrebbero affrontato il dopoguerra in condizioni differenti. I figli avrebbero avuto accanto il padre; il lavoro familiare avrebbe potuto essere organizzato diversamente; le scelte economiche e personali dei componenti della famiglia avrebbero potuto seguire percorsi differenti.

Non possiamo stabilire quali sarebbero stati questi percorsi. Possiamo però riconoscere che la loro assenza modificò concretamente la vita delle famiglie alle quali appartenevano.

Il lavoro

Un secondo aspetto riguarda il lavoro.

Tra i Caduti trecatesi troviamo contadini, braccianti, muratori, artigiani, minatori, mugnai, salumieri, albergatori e impiegati.

Angelo Busto era marmista; Marziano Avelli calzolaio; Angelo Colla orologiaio; Antonio Piantanida contadino; Giovanni Devignani albergatore.

Il loro ritorno avrebbe quindi restituito alla comunità una parte della popolazione attiva che la guerra aveva sottratto.

Non è possibile stabilire quale sarebbe stato l’effetto sull’economia locale. Alcuni avrebbero probabilmente ripreso il lavoro precedente, altri avrebbero potuto cambiare occupazione, trasferirsi o intraprendere nuove attività.

È tuttavia ragionevole pensare che la disponibilità di queste persone e delle loro competenze avrebbe costituito una risorsa per la comunità.

Particolarmente significativo è il caso degli artigiani. Un mestiere non rappresentava soltanto un’occupazione individuale, ma anche una conoscenza che poteva essere trasmessa all’interno della famiglia o a un apprendista.

La morte di un artigiano poteva quindi interrompere, almeno potenzialmente, anche una continuità professionale.

I giovani

Un altro elemento riguarda l’età.

Alcuni Caduti erano molto giovani.

Alessandro Graziina, nato nel 1899, era impiegato bancario e morì nel 1918 sul Col dell’Orso.

Marziano Avelli, nato nel 1898, era calzolaio e morì nel giugno 1918, durante la battaglia del Solstizio.

Antonio Piantanida, anch’egli nato nel 1898, era contadino e celibe quando risultò disperso nel ripiegamento al Piave nel 1917.

Per uomini di questa età è particolarmente difficile immaginare quale sarebbe stata la loro vita.

Avrebbero potuto sposarsi, avere figli, cambiare mestiere, trasferirsi, partecipare alla vita economica e sociale del paese.

Non sappiamo quale di queste possibilità si sarebbe realizzata.

Possiamo però osservare che la loro morte avvenne prima che potessero compiere gran parte delle scelte che normalmente definiscono la vita adulta.

La memoria della guerra

Il loro ritorno avrebbe probabilmente modificato anche il modo in cui la guerra sarebbe stata ricordata a Trecate.

I reduci non avrebbero rappresentato soltanto una categoria di ex combattenti. Sarebbero stati uomini inseriti nella vita quotidiana della comunità, portatori di esperienze maturate al fronte, negli ospedali e nei campi di prigionia.

Alcuni avrebbero raccontato le proprie esperienze, altri probabilmente avrebbero preferito non parlarne. Alcuni avrebbero partecipato alla vita associativa e alle commemorazioni, altri sarebbero rimasti lontani dalla dimensione pubblica.

Anche in questo caso non possiamo prevedere comportamenti individuali.

Possiamo però ipotizzare che una Trecate con un numero maggiore di reduci avrebbe avuto una presenza più diretta della memoria della Grande Guerra nella propria vita sociale.

Una conseguenza difficile da misurare

La conseguenza più difficile da valutare riguarda la demografia.

Una parte dei Caduti era costituita da uomini giovani. Alcuni erano già sposati e avevano figli; altri erano celibi.

Se fossero sopravvissuti, alcuni avrebbero probabilmente formato o ampliato le proprie famiglie.

Non è possibile stabilire quanti figli sarebbero nati, né quale sarebbe stata la loro vita. Non sarebbe quindi corretto trasformare questa possibilità in una previsione numerica.

È però evidente che la perdita di questi uomini poteva produrre conseguenze demografiche che andavano oltre il numero dei Caduti.

La loro assenza riguardava il presente, ma poteva avere effetti anche sulle generazioni successive.

Una Trecate diversa

Come sarebbe stata, dunque, Trecate se questi uomini fossero tornati?

Non possiamo ricostruirlo.

Possiamo soltanto individuare alcune possibilità.

Ci sarebbe stata una popolazione adulta più numerosa. Alcune famiglie avrebbero avuto una composizione diversa. Una parte della forza lavoro sarebbe rimasta disponibile. Alcuni mestieri avrebbero potuto proseguire. Alcuni giovani avrebbero avuto l’opportunità di costruire una famiglia e una vita professionale.

Anche la vita sociale della comunità avrebbe potuto assumere caratteristiche differenti, grazie alla presenza di un numero maggiore di reduci.

Ma non sappiamo quanto tutto questo avrebbe inciso sulla Trecate degli anni Venti, Trenta e Quaranta.

La storia controfattuale ha infatti un limite preciso: possiamo individuare le possibilità, ma non possiamo trasformarle in certezze.

Per questo non possiamo dire che Trecate sarebbe stata necessariamente più ricca, più popolosa o diversa politicamente.

Possiamo soltanto riconoscere che sarebbe stata una comunità nella quale alcune persone che oggi ricordiamo come Caduti avrebbero continuato a vivere e a partecipare, in modi che non possiamo più conoscere, alla sua storia.

La domanda rimane aperta

Il valore di questa domanda non sta quindi nel cercare di costruire una storia alternativa dettagliata.

Sta nel comprendere la natura della perdita.

I documenti ci permettono di sapere chi erano questi uomini: dove erano nati, quale lavoro svolgevano, chi erano i loro genitori, chi avevano sposato, quanti figli avevano, dove combatterono e dove morirono.

Non ci permettono invece di sapere che cosa sarebbero diventati.

E forse è proprio questa la parte più difficile da comprendere.

La storia ci dice quanti non tornarono.

Non può dirci quale contributo avrebbero dato alla loro famiglia, al loro lavoro e alla comunità di Trecate.

La loro assenza è un dato storico. Il futuro che avrebbero potuto vivere rimane invece una possibilità che la storia non può più verificare.

Ed è forse proprio per questo che, davanti ai loro nomi, vale la pena porsi ancora una volta la domanda:

E se fossero tornati?

Non per trovare una risposta che non può esistere, ma per ricordare che dietro ogni nome c’era una persona con una vita ancora da vivere.